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Faccia dopo faccia: occasione persa, per i giornalisti

April 2, 2008

veltroni.jpg Il ‘faccia dopo faccia’ televisivo di Berlusconi e Veltroni nella serata di ieri era inevitabilmente, ancora prima di svolgersi, un’occasione perduta? La scelta del leader del Pdl, in vantaggio nei sondaggi, di non confrontarsi direttamente con il suo rivale ha inibito in partenza qualsiasi possibilità di rendere la trasmissione interessante per gli elettori?

I paletti posti dalla par condicio rendono di per sé impossibile un evento politico di vero confronto ?

Forse a questi interrogativi si può rispondere di sì. Certamente non si può aggiungere che quanto visto su Rai2 ieri sera — da meno di quattro milioni di spettatori — sia stato un fulmine a ciel sereno.

L’abitudine di non confrontarsi direttamente con lo sfidante che tenta di recuperare consensi non è una peculiarità del centro-destra. Per restare ai leader nazionali qualche anno fa Francesco Rutelli, sindaco uscente e favorito di Roma, non si comportò diversamente, eludendo il confronto con il rivale in svantaggio. Né è una novità l’esistenza in Italia di una legge sulla ‘par condicio’.

Se il perimetro entro cui muoversi era dato, a maggior ragione la missione dei giornalisti era una: costringere i candidati a fare chiarezza sui rispettivi temi dolenti, incalzandoli a dovere per impedire risposte evasive.

E’ impossibile pensare che professionisti dell’informazione possano avere come modello quello dei ragazzini inglesi che, invitati dal canale Mtv, non ebbero alcun problema a chiedere a Tony Blair in forma diretta e inequivocabile il perché delle sue scelte, a partire dall’appoggio agli Usa per la guerra in Iraq, e a sollevare dubbi sulle risposte poco credibili ?

Dal divano di casa ieri sera mi è sembrato di sì, oggi in Italia non è possibile. Con qualche distinguo i cinque giornalisti presenti – tre della Rai, due editorialisti di quotidiani nazionali – hanno lasciato ampia libertà ai due candidati di rispondere o meno, sottolineando in rarissime occasioni incongruenze tra promesse elettorali e comportamenti passati, tra dichiarazioni del momento e dichiarazioni precedenti, tra promesse e loro fattibilità.

A Berlusconi e Veltroni, ovvero i massimi sostenitori di un sistema politico con due soli leader che si confrontano, è stato chiesto come prima domanda se 15 candidati premier e 18 partiti in lizza il 13 e 14 aprile – ma la data sarà confermata? — non siano troppi.

Ancora: ad entrambi è stato chiesto di parlare dei rapporti con l’avversario, a Berlusconi se non sia stato costretto a candidarsi ‘suo malgrado’ e dopo che ‘addirittura qualcuno lo abbia accusato di leggi ad personam’. A Veltroni è stato chiesto di parlare liberamente di precari, nord-est, recessione Usa, Expo milanese.

Domande ‘difficili’ con il contagocce, più per Veltroni sottoposto a tre ‘giri’ di domande e non due come Berlusconi grazie a risposte più sintetiche: ‘Veltroni, quando parlerà in Campania, porterà sul palco Bassolino ?’ (la risposta non c’è stata), ‘Berlusconi, cosa pensa dei contrasti tra Bossi e Fini ?’ (risposta sfumata), “Veltroni, come pensa di affrontare la concertazione sindacale’ (e qui la risposta c’è stata). ‘Berlusconi, come si fa a chiedere pari dignità per Alitalia e perché non può fallire ?’, ‘Veltroni, cosa intende fare del prodismo?’.

L’elenco dei temi su cui provare a mettere all’angolo i due candidati, liberi poi nei loro comizi di parlare senza contraddittorio, era ben più corposo.

Il governo Berlusconi dopo oltre 10 anni di calo ha fatto risalire il rapporto debito/Pil e oggi il Pdl afferma che in Italia si spende troppo per interessi sul debito stesso. Ma sui conti pubblici, su come far quadrare l’equilibrio di bilancio da un lato e promesse di taglio delle imposte e di aumento della spesa sociale dall’altro nessuna domanda. E a Veltroni, che ha deciso di non spendersi in campagna elettorale su temi di contrasto con il suo rivale ma molto importanti per la fascia sinistra del suo elettorato, dal conflitto di interesse alle leggi penali modificate da Berlusconi e poco toccate dall’esecutivo Prodi, nessuno ha chiesto un’opinione in proposito.

Ovviamente non vi è certezza che con cinque giornalisti diversi la serata si sarebbe sviluppata altrimenti. Anzi, quel mix respirato qui e là ieri sera di timore reverenziale, di bonomia se non nella forma nella sostanza, di eccessiva contiguità tra intervistati e intervistatori sembra più rappresentativo dello stato della categoria di noi giornalisti oggi in Italia che non caratteristica specifica dei cinque presenti ieri.

La nostalgia dei toni aspri e dei contenuti delle Tribune politiche di Jader Jacobelli è tanta.

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